Il dissesto idrogeologico uccide l’Italia, nell’incuria di tutti

Ci vogliono settimane come quella appena passata perché in Italia si parli di dissesto idrogeologico.

Del resto non è un tema caro ai politici, dato che non attira voti o like su Facebook. Persino gli enti preposti alla sua analisi non sono finanziati a dovere, e gli studi ufficiali sul tema sono scarsi.

Il rapporto sul dissesto idrogeologico

ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, ha prodotto la seconda edizione del Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia solo nel 2018.

Questo studio fornisce il quadro di riferimento aggiornato sulla pericolosità per frane e alluvioni sul territorio nazionale e presenta gli indicatori di rischio per la popolazione, le famiglie, gli edifici, le imprese e i beni culturali.

Il Rapporto aggiorna le mappe delle aree ad alta criticità idrogeologica realizzate nel 2006 affidandosi ai dati degli enti locali, che avevano sollevato polemiche in quanto prodotte con dati non omogenei (a seconda dell’efficienza dell’ufficio locale l’area risultava più rischiosa, premiando le aree con uffici meno diligenti).

L’allarme della Corte dei Conti

In questo scenario di bassa attenzione, risvegliata solo da tragedie o eventi mediatici come l’acqua alta a Venezia, nei giorni scorsi è arrivato il monito della Corte dei Conti.

La relazione “Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)” rileva infatti che i dati scientifici a disposizione dimostrano che il Paese è interessato, in misura crescente e preoccupante, da fenomeni diffusi di dissesto idrogeologico che si sono acuiti sia per gli effetti dei cambiamenti climatici, ma anche e soprattutto per l’aumento del consumo del suolo che è passato dal 2,7 per cento degli anni ’50 al 7,65 del 2017. Nonostante i tentativi intrapresi dai vari governi che si sono succeduti, non sembra ancora essere compiutamente definita una vera e propria politica nazionale di contrasto al dissesto idrogeologico, di natura preventiva e non emergenziale, coerente anche con una politica urbanistica e paesaggistica, rispettosa dei vincoli ambientali, con interventi di breve, medio e lungo periodo. L’evoluzione della normativa di settore dimostra che c’è stata consapevolezza del problema, ma che l’approccio emergenziale, da un lato e, dall’altro, le riforme continue della governance e le procedure lente di assegnazione delle risorse ed altre vischiosità procedimentali, hanno reso in larga parte inefficace l’intervento pubblico nazionale nel settore.

I giudici hanno rilevato in particolare uno scarso utilizzo delle risorse stanziate per il Fondo progettazione contro il dissesto idrogeologico soprattutto a causa della natura prevalentemente emergenziale e non strutturale degli interventi proposti.

I fondi non sono sufficienti

La Corte dei Conti ha inoltre sollevato il problema del complessivo fabbisogno finanziario, conseguente ad una completa e aggiornata mappatura del rischio idrogeologico. In base alle informazioni ricevute, la Corte dei Conti ha evidenziato che il Fondo progettazione rappresenta una quota minima rispetto all’entità complessiva delle risorse necessarie a realizzare le opere. Il fabbisogno presunto di opere richieste dalle Regioni è a oggi pari a 9.420 interventi, per un valore di circa 28 miliardi, di cui la grandissima parte ancora da progettare (solo il 14% dei progetti risultano cantierabili).

Fondamentali per evitare future tragedie.

Solo per confronto: per il reddito di cittadinanza sono stati trovati magicamente una quarantina di miliardi di euro nel corso di un paio di settimane. Per sistemare l’Italia no?