L’economia turca al collasso è costata la libertà ai Curdi

Ed è tutta colpa di Trump.

Il punto di svolta della crisi non è stata la telefonata di una settimana fa tra Erdogan e un Trump ormai incapace di mantenere la concentrazione su un argomento per più di cinque minuti, ma il 5 agosto.

In quella data Trump, ambivalente e impetuoso come sempre, aveva annunciato che i prodotti importati da Ankara non sarebbero più stati soggetti al Generalized System of Preferences, istituito nel 1975, un meccanismo che consente a una novantina di paesi in via di sviluppo di vendere in America senza essere soggetti ai dazi.

La misura era una ritorsione per l’acquisto, da parte della Turchia, del sistema di difesa anti-aereo S-400 russo, ed era accompagnata dall’espulsione della Turchia dal programma F35.

Ma se l’espulsione dal programma militare era una conseguenza messa in conto da Ankhara, e controllabile, la rimozione della Turchia dal GSP era rovinosa.

Solo nel 2017 infatti gli Stati Uniti avevano importato dalla Turchia beni sottoposti al trattamento preferenziale per un valore di 1,66 miliardi, su un totale di 9,4 miliardi. L’applicazione dei dazi sarebbe costata alle imprese turche una perdita di quasi il 40% di questo valore, 700 milioni di dollari.

Di fronte a questa minaccia il governo Turco aveva dovuto immettere liquidità nei mercati, chiedendo alla banca centrale 40 miliardi di lire (5,85 miliardi di euro) delle sue riserve legali, da sommare ai quasi 38 miliardi che aveva richiesto con urgenza a gennaio.

Da allora l’economia turca è andata di male in peggio, coi tassi di interesse che hanno sfiorato il 30% e un rischio default che inizia a prospettarsi. E i segnali dalla società civile, partendo dalle elezioni di Istanbul, perse dal partito di Erdogan, hanno iniziato a preoccupare il regime.

Da qui deriva l’invasione del Rojava.

Trump ha lasciato mano libera all’invasione per inerzia, incapacità o incompetenza, ma la ragione di Erdogan è fortemente economica.

Da un lato deve distrarre la sua opinione interna da un’economia allo sbando, dall’altro vuole ricattare l’Unione Europea e ottenere miliardi di euro per mantenere sotto controllo i milioni di profughi nei suoi confini.
Se non otterrà nè il primo nè il secondo obiettivo, cercherà di sradicare la presenza Curda nella regione reinsediando 3,6 milioni di profughi.
Se non verrà fermato, vincerà comunque.

E in tutto questo l’Europa rischia di passare di nuovo come una tigre di carta.

L’UE nel 2018 ha esportato verso la Turchia 90 miliardi di euro, importando quasi la stessa cifra, ma è spaventata dal -18% dell’export nel 2019, causato dalla riduzione di valore della lira turca. E difficilmente tirerà la corda: per non perdere gli altri 70 miliardi di export, e per non vedere milioni di profughi sulle spiagge di Kos.