Quanto ci è costato salvare le Banche?

Il Governo spenderà €900 milioni per comprare delle quote della Banca Popolare di Bari. Dal 2013 oggi sono stati numerosi gli interventi pubblici o misti

quanto ci costa salvare le bancheIl Governo “salverà” la Banca Popolare di Bari, una delle più grosse banche del Sud Italia. Domenica sera ha approvato un decreto che stanzia 900 milioni a Invitalia, affinché finanzi il Microcredito centrale e gli consenta di acquisire quote dell’istituto bancario.

Quest’ultimo caso di cronaca è solo l’ultimo in ordine cronologico di una serie di interventi che negli ultimi anni hanno interessato le casse pubbliche.

Il caso della Banca Popolare di Bari

La Banca d’Italia aveva deciso di commissariare il consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Bari per via della cattiva gestione finanziaria e dei troppi crediti deteriorati. Cioè dei mutui o prestiti che hanno poche possibilità di essere riscossi.

Da tempo la Banca era considerata in difficoltà, tanto che aveva chiuso il 2018 con perdite per 420 milioni di euro. Le risorse per il salvataggio della banca pugliese arriveranno dal fondo del ministero dell’Economia destinato alla partecipazione al capitale di banche e fondi internazionali. L’obiettivo è la costituzione di una Banca di investimento che nascerebbe dalla “scissione” delle acquisizioni fatte dal Mediocredito centrale. Le norme, si legge nella relazione tecnica del provvedimento, puntano anche a ridurre il divario di sviluppo economico tra il Mezzogiorno e le regioni del Centro-Nord. Nonostante i controlli effettuati dalla Banca d’Italia si è arrivati al commissariamento, e non è la prima volta

La crisi delle banche

Si ripete spesso che le operazioni di messa in sicurezza del sistema creditizio italiano dal 2013 ad oggi abbiano avuto un obiettivo chiaro: “salvare le banche”. In realtà, gli interventi spesso miravano a tutelare, per quanto possibile, i piccoli risparmiatori. La crisi finanziaria dei debiti sovrani, la stagione di bassi tassi di interesse, il cambiamento strutturale del settore e la riforma dell’unione bancaria europea hanno messo a dura prova gli elementi più fragili del sistema creditizio italiano.

Le banche hanno dovuto affrontare due riforme settoriali (riforma delle banche popolari e riforma del credito cooperativo), volte a favorirne la concentrazione e la loro trasformazione in Spa. Il settore bancario ha anche conosciuto l’emergenza dei crediti deteriorati, o Non Performing Loans (Npl). In questo quadro critico sono stati assunti alcuni provvedimenti, da parte del settore pubblico (governo o vigilanza bancaria), che hanno provocato scalpore e numerose critiche.

Gli interventi dal 2013 a oggi

In ordine cronologico, il primo è l’intervento “Monti-Bond” del 2012-2013 che ha visto la sottoscrizione da parte del Tesoro di circa €3,9 miliardi di obbligazioni di Monte dei Paschi di Siena, oggi restituiti dalla banca senese. Subito dopo, tra i primi interventi a venire contestato, c’è il decreto Imu-Bankitalia, convertito in legge a gennaio 2014. Il decreto ha ridisegnato l’assetto proprietario di Banca d’Italia, con la rivalutazione del capitale nominale passato da 156 mila a 7,5 miliardi di euro, tramite la trasformazione di parte delle riserve dell’istituto.

Le Banche del Centro Italia

Di diversa natura è stato l’intervento per salvare quattro banche del Centro Italia. Queste versavano in pessime condizioni a causa di anni di cattiva amministrazione, accentuate dalla crisi economica iniziata nel 2008. Si tratta della Banca dell’Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Le banche sono state messe in risoluzione tramite decreto a novembre 2015. Per evitare le conseguenze del fallimento (dannose per risparmiatori, imprese, dipendenti e l’intero sistema del credito) e per limitare il costo per le finanze pubbliche, lo Stato ha fatto ricorso alla procedura di burden sharing. Il valore di azioni e obbligazioni subordinate è stato azzerato, mentre sono stati tutelati i conti correnti e le obbligazioni senior.

I fondi per sanare i debiti sono stati di provenienza privata. Il Fondo Nazionale di Risoluzione, istituito nel 2015, destinato al risanamento delle banche in difficoltà, ha versato 4,7 miliardi di euro.

Il caso Monti dei Paschi di Siena

A dicembre del 2016 è stato deciso il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena (quarto gruppo bancario in Italia). Anche in questo caso, la crisi è arrivata dopo anni di cattiva gestione. Lo Stato ha finanziato parte dell’operazione, attingendo a un fondo di 20 miliardi di euro. Azionisti e obbligazionisti hanno da parte loro contribuito per altri 2,8 miliardi, secondo il principio della condivisione degli oneri previsto dalla normativa dell’Ue.

A pagare sono stati quindi sia i contribuenti sia i privati.

Le due banche venete

L’operazione più importante, in termini di contributo dello Stato, è stata quella che ha riguardato la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, acquisite a giugno del 2017 dal Gruppo Intesa Sanpaolo. A essere colpita è stata la proprietà delle banche (gli azionisti), mentre i depositanti e altri prestatori di fondi sono stati in buona parte tutelati. Intesa San Paolo, che ha acquistato le due Banche Venete alla cifra simbolica di 1 euro. L’intervento per cassa dello Stato è stato pari a circa 4,8 miliardi di euro, destinati a soddisfare il fabbisogno di capitale, nonché la ristrutturazione aziendale. A questi vanno aggiunti circa 400 milioni di garanzie, a fronte di un capitale garantito di 12,4 miliardi.

Vigilanza Banca d’Italia, qualcosa è andato storto

Quanto è stato speso? L’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani fornisce un quadro piuttosto dettagliato. Emerge che in tutti i casi l’intervento dello Stato è stato accompagnato dal salvataggio privato, che ha contribuito per più di due terzi.

Inoltre in questi anni la spesa a sostegno delle banche è servita anche ad evitare perdite ai risparmiatori o comunque ad acquisire una partecipazione dello Stato, senza la quale le banche avrebbero dovuto essere chiuse con perdite maggiori per i risparmiatori.

Fatto sta che la Banca d’Italia ha omesso i suoi obblighi di sorveglianza troppo spesso dal 2013 a oggi, e che questi salvataggi ‘a cascata’ ricadono sui costi sostenuti dai correntisti degli istituti sani.