L’affare F35 – quanto avrebbe potuto guadagnarci l’Italia

La storia dell’acquisizione dell’F35 è ormai vecchia più di vent’anni.

L’Italia aveva negoziato condizioni molto vantaggiose per partecipare all’acquisizione dell’avanzato cacciabombardiere stealth, ma i governi che si sono succeduti negli anni hanno sprecato questa opportunità in maniera incredibile.

Il primo memorandum di interesse riguardante l’F35 venne firmato dal Ministro della Difesa Andreatta del governo Prodi nel 1998 con un investimento limitato a 10 milioni di dollari. 

La decisione di entrare nel programma di sviluppo con l’investimento del primo miliardo di dollari venne presa dal governo Berlusconi nel 2002. 

Gli accordi operativi, che includevano le maggiori concessioni e l’autorizzazione per la costruzione della fabbrica italiana di assemblaggio e manutenzione (FACO) furono opera del governo Prodi nel febbraio 2007 e nell’aprile 2008.

Cosa significava per l’Italia partecipare al programma F35?

Con la scelta di entrare nel programma F35 l’Italia rinunciava ai grandi programmi di collaborazione aeronautica europea, che avevano portato a successi come il Tornado e l’Eurofighter Typhoon, ma divenendo tra i partner chiave del maggior programma di armamenti del ventunesimo secolo.

Il programma Joint Strike Fighter prevedeva infatti tre livelli di partecipazione internazionale in base all’impegno finanziario di ogni paese partner e al suo contributo tecnologico al progetto.

L’unico paese partner di livello uno era il Regno Unito, con un contributo pari al 10% dei costi di sviluppo, con un ruolo essenziale data la sua esperienza con il caccia a decollo verticale Harrier.

C’erano poi due soli paesi di livello due: Italia ed Olanda. 

Come partner di livello due, l’Italia investì un miliardo di dollari nella fase di sviluppo e dimostrazione del sistema d’arma. L’Italia chiese ed ottenne sia ottime compensazioni economiche (coinvolgimenti di imprese italiane nella costruzione di componenti utilizzate sugli aerei impiegati da tutti gli acquirenti nel mondo, per un valore pari all’investimento totale nel programma F35) che la possibilità di costruire il FACO.

F35 B a decollo corto e atterraggio verticale

Cos’è il FACO e perchè è un’opportunità persa?

L’Italia è l’unico partner europeo che ottenne il permesso di costruire un impianto per assemblare gli F35 fuori dagli USA. Questa concessione venne negoziata sia per il rilevante impegno dell’Italia nel programma, rappresentato da un ordine iniziale di 131 velivoli, sia per convincerla attraverso compensazioni economiche ad abbandonare i progetti europei di caccia di quinta generazione.

La fabbrica chiamata FACO venne costruita da Leonardo nella base militare di Cameri (Novara) a spese del governo, per un costo, stimato dalla rivista Aviation Week, di un miliardo di dollari. Lo stabilimento venne realizzato ipotizzando la costruzione di 250 F35: 131 per l’Italia, 85 per l’Olanda e gli altri per l’export. Con questi numeri si sarebbe rientrati dell’investimento, e con la manutenzione sarebbero arrivati i guadagni. 

Ma nel 2012 l’Italia ha ridotto il suo ordine da 131 a 90 F35: trenta nella versione B a decollo corto e atterraggio verticale (15 previsti per la Marina ed altri 15 per l’Aeronautica), e sessanta F35 A, la variante a decollo ed atterraggio convenzionale.

Nello stesso tempo l’Olanda ha ritardato l’acquisto dei suoi 90 velivoli rinegoziando progressivamente l’ordine per arrivare a soli 50 apparecchi.

E i contratti di manutenzione si sono rarefatti, un pò per il rifiuto americano di vendere gli F35 alla Turchia nell’attuale situazione geopolitica (pienamente giustificato, si intende), un pò perchè l’impianto privo della produzione ad alto regime si rivela più costoso del previsto. Tanto che fino ad ora altri compratori hanno tutti trovato più conveniente far assemblare gli F35 dalla Lockheed che nell’impianto piemontese. 

Il FACO si occupa della manutenzione degli F 35 in tutta Europa come centro Regional Heavy Airframe Maintenance, Repair, Overhaul and Upgrade (MRO&U)

La folle scelta di scendere sotto 100

Nel 2012 il governo Monti ha tagliato l’ordine degli F35 sotto i 100 velivoli, cosa che ha portato all’automatica decadenza della clausola che ci assegnava il 30% della produzione dei cassoni alari di tutti gli F 35 prodotti nel mondo.

Ogni cassone alare che avremmo dovuto produrre in Italia valeva 10 milioni di dollari, e avremmo dovuti produrne più di 1200.

Diminuendo il nostro ordine a 90 aerei la quota di produzione Italiana è stata fissata a 800 cassoni alari. Perdendo la produzione di 400 cassoni il sistema paese ha risparmiato nominalmente 3,45 miliardi di dollari riducendo il suo ordinativo, ma ha perso nello stesso momento 4 miliardi di dollari di fatturato (secondo alcune stime più di 5 miliardi considerando le penali).

Tra l’altro differenziando l’investimento, e scegliendo quindi di acquistare meno aerei della più costosa variante B, l’Italia sarebbe riuscita a risparmiare sensibilmente e restare comunque sopra quota 100.

Potete fare i calcoli da voi: il prezzo di un F35 A è oggi di 89 milioni di dollari mentre quello dell’F35 B si attesta sui 115,5 milioni di dollari.

L’Italia scelse di investire 3,465 miliardi nei 30 aerei variante B e 5,340 miliardi per i 60 della variante A, per un totale di 8,865 miliardi. Con gli stessi soldi avremmo potuto comprare 99 F35 A. Con 89 milioni in più saremmo riusciti a restare a quota 100. 

L’F35 B è fondamentale per l’Aviazione di Marina, che deve sostituire i suoi Harrier II. Lo sappiamo. Confermando 15 F35 B saremmo riusciti a restare a quota 100 investendo 9,297 Miliardi, solo 400 milioni di dollari in più di quanto spendiamo ora… ma senza buttare 4 miliardi di entrate!

E qui arriva il bello: mentre la variante F35 B è essenziale per la Marina, che ne deve equipaggiare le sue navi porta aeromobili, nessuno capisce cosa dovrebbe farsene l’aviazione.

I 15 F35 B assegnati all’aviazione dovrebbero agire da immaginarie ‘basi operative avanzate’, forse ipotizzando un nostro coinvolgimento in Afghanistan, o dal ponte della Cavour, duplicando quindi le funzioni dall’Aviazione di Marina! E su questi 15 velivoli le due forze armate hanno già cominciato a litigare.

Allo stato attuale delle cose il FACO, da opportunità, si sta dimostrando una spesa folle: a oggi infatti il costo di produzione degli F-35 assemblati in Italia è più alto del 10% rispetto a quello dei velivoli prodotti negli USA, in considerazione dei costi di spedizione delle parti nel nostro Paese e del costo di formazione del personale.

E il governo vuole ancora ridurre la quantità di F35 in ordine, senza alcuna considerazione economica a livello di sistema paese o di analisi delle esigenze operative.