Uber, Lyft e la sharing economy del debito

Le quotazioni in borsa di Uber e Lyft hanno una volta di più ricordato al mercato come la sharing economy si fondi sul debito.

Le due società di trasporto non hanno un piano per arrivare alla profittabilità. Hanno solo un piano per raccogliere sempre più fondi a spese degli investitori, che a loro volta sperano di far crescere sempre di più la bolla per uscirne ricchi. Chi ne subirà le conseguenze sarà il mercato – o l’investitore comune – che in questo momento si trova ad investire su titoli già in crisi.

Secondo Crunchbase, Uber ha bruciato 24,7 miliardi di dollari di investimenti privati ​​nell’ultimo decennio, e avrà bisogno di molti altri fondi solo per poter continuare ad operare. Da qui è nata la necessità della quotazione in borsa.

Ma cosa sono Uber e Lyft?

A differenza di Amazon, che ha innovato il settore del retail e successivamente è diventato il re del cloud storage; oppure di Facebook e Google, che hanno trasformato il sistema di raccolta delle informazioni su di noi per innovare il mercato della pubblicità, Uber e Lyft non hanno creato qualcosa di nuovo, ma hanno solo speso miliardi per distruggere qualcosa di vecchio.

Il risultato finale è che il vecchio sistema dei trasporti – che pur con tutte le sue inadeguatezze funzionava – si trova ora ad affrontare concorrenti che non hanno bisogno di fare profitti, anzi, vendono in perdita sovvenzionati da aspiranti milionari.

Uber e Lyft sono piattaforme che operano in un mercato a basso margine, in grado di far guadagnare solo gli investitori iniziali.

Uber soprattutto ha dimostrato l’insostenbibilità di questo modello di business. Certo, ha un’app molto buona e raccoglie dati molto interessanti (anche per la pubblicità), ma la sua crescita è alimentata dalla fiducia dei suoi finanziatori di sovvenzionare le corse in taxi nella speranza che un giorno Uber sostituisca i taxi metropolitani nel loro monopolio, unico sistema per garantire i profitti necessari alla sopravvivenza della società.

Ma la reazione dei mercati e dei legislatori rende questo scenario sempre più improbabile.

Così sia Uber che Lyft hanno iniziato a raccontare che il successo arriverà dalle auto senza pilota. O dai TIR senza pilota. O dalle consegne dei pranzi di lavoro e dei pacchi fatta da privati cittadini che si improvvisano corrieri. Insomma, da progetti sempre più lontani nel tempo e sempre meno verificabili dagli investitori.

Che però non sono tutti sognatori ad occhi aperti. L’andamento delle azioni di Lyft lo dimostra chiaramente.

Mentre i flussi di cassa in questo tipo di startup ricordano sempre più lo schema Ponzi, forse è il caso di iniziare a ragionare sull’utilità, per la razza umana in generale, di investire miliardi di dollari in software inutili, applicazioni dannose e modelli di business insostenibili.