Il futuro del mercato della ristorazione – e come possiamo usarlo per prevedere la prossima crisi

Solo due anni fa tra colleghi si scherzava che a Milano se si voleva provare un ristorante trendy si avevano sei mesi di tempo per farlo.

La causa non era la crisi ma anzi la sfrenata competizione tra locali nella città più cool d’Italia.

Ora l’età dell’oro dei ristoranti potrebbe essere già finita, complici i mercati saturi, i costi in aumento di manodopera e cibo, i cambiamenti nei gusti dei consumatori, la loro fedeltà ormai nulla al singolo punto vendita e un ceto medio in contrazione numerica.

Burn the Ice: The American Culinary Revolution and Its End, è il recente libro di Kevin Alexander, uno dei maggiori autori sul food a livello mondiale, che descrive questo fenomeno.

Alexander scrive da anni su Thrillist, dove ha raccontato le tendenze alimentari emerse in tutta America, visitando ogni angolo della scena gastronomica della nazione che più di ogni altra nell’ultima decade ha incarnato il futuro.

Alexander sostiene che sin dal 2006 i ristoranti hanno goduto di un periodo di grande evoluzione culturale.

Tra le innovazioni che hanno portato sempre più persone a spendere per mangiare fuori casa ci sono state l’affermarsi della cucina casual raffinata, l’esaltazione del cibo non occidentale, l’audacia della cultura dei food truck, lo sviluppo del cibo naturale e la democratizzazione delle critiche attraverso i social media.

Ora però siamo a un punto di rottura, e i ristoranti iniziano a chiudere non perchè ne aprono di nuovi, ma perchè non ci sono più consumatori. “Ci sono troppi ristoranti”, ha dichiarato Alexander.

La generazione X ormai non esce più di casa, e ci vorranno dai cinque ai sette anni prima che la generazione dei  millennials raggiunga la stessa condizione economica dei suoi predecessori, potendosi così permettere ristoranti della stessa categoria.

Ci si aspetta quindi una crisi ‘generazionale’, dovuta a una mancanza di ricambio tra i consumatori. 

Una previsione che può essere condivisa dai produttori di auto, o dai costruttori di case.

Ma Alexander non è completamente pessimista e invita ad aspettarsi l’inaspettato: “L’austerità genera creatività” dice.

Magari il futuro sarà davvero nella consegna dei pasti a domicilio.