La crisi di governo e le clausole di salvaguardia dell’IVA

Nessuno vuole passare alla storia come il capo del governo che ha portato l’IVA al 26,5%.

La crisi di governo attuale può anche essere letta come il grottesco tentativo di vari capipartito e capipopolo di non ritrovarsi a dover fare i conti con le proprie scellerate scelte politiche – da dichiarazioni che alzano lo spread come quella sui minibot a spese non coperte come quota 100 e il reddito di cittadinanza.

Per analizzare la questione facciamo un passo indietro e capiamo cosa sono le clausole di salvaguardia.

Le clausole di salvaguardia e l’IVA

Le clausole di salvaguardia sono delle garanzie che l’Italia ha inserito per legge nei suoi bilanci come garanzia della sua virtuosità a fronte dei suoi continui sforamenti di bilancio.

Istituite per la prima volta nel 2011 dal Governo Berlusconi, le clausole di salvaguardia hanno garantito all’Unione Europea che l’Italia, a fronte di maggiori spese rispetto a quelle permesse dai vincoli di bilancio, avrebbe automaticamente attivato misure per garantirsi maggiori entrate.

Quindi non sono un obbligo impostoci dall’Unione Europea, bensì sono una garanzia che l’Italia ha negoziato per poter spendere più del consentito.

Con le clausole di salvaguardia del 2011 il governo Berlusconi IV si impegnava a reperire entro il 2012 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote IVA, delle accise sui carburanti e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.

Caduto il governo Berlusconi, il governo Monti col decreto Salva Italia semplificò le clausole di salvaguardia imponendo solo aumenti dell’IVA, pur sapendo che questa è la misura che più ha un impatto sui consumi privati.

Da allora tutti i governi che si sono succeduti cercano con alterne fortune di evitare che le clausole si attivino, da un lato cercando di ridurre la spesa, dall’altra di aumentare le entrate in maniera più strutturata.

Il Governo Letta nel 2013 non riuscì ad evitare l’aumento dell’IVA ordinaria dal 21 al 22%, mentre nel 2014 il governo Renzi con la legge di stabilità 2015 stabilì un aumento progressivo delle aliquote IVA, ma legando le clausole di salvaguardia alle necessità di una profonda spending review, di cui si parlò per anni fino al 2018, quando il termine venne affogato dal sovranismo.

Il governo Conte e la crisi di coraggio

L’ultimo governo ha compiuto una manovra spregiudicata: per finanziare le misure di aumento della spesa contenute nella manovra col via libera dell’Unione Europea, il governo Conte ha rafforzato la clausola di salvaguardia, prevedendo maggiori entrate per 23 miliardi di euro per il 2019 e 29 miliardi per il 2021. Senza alcuna manovra organica di riduzione dei costi o di aumento fattivo delle entrate, tanto da rischiare una procedura di infrazione UE.

In poche parole: il governo Lega-M5S ha ipotecato l’aumento IVA per pagare quota 100 e il reddito di cittadinanza, quasi sapesse che tanto non sarebbe stato lui a pagarne le conseguenze.

Ora servono 52 miliardi di euro per evitare che l’IVA ordinaria aumenti progressivamente tra gennaio 2020 e dicembre 2021 fino al 26,5%.

23 miliardi servono prima di dicembre 2019.

La crisi di governo alla luce della bomba ad orologeria dell’aumento IVA sembra pilotata.

Può essere la crisi di coraggio di uomini che non vogliono trovarsi sul ponte di comando quando dovranno rendere conto alla famiglie italiane dei circa 530 euro di spesa aggiuntiva che saranno necessari per affrontare i debiti cumulati.

O peggio ancora, una crisi orchestrata ad arte per garantirsi che l’aumento dell’IVA ci sia (una clausola di salvaguardia dell’IVA, per così dire), in modo da poter dare la colpa all’Europa cattiva e garantirsi poi i voti degli scontenti.