Cosa può guadagnare l’Italia dalla Belt and Road cinese

La Belt and Road Initiative, nota anche come One Belt One Road o Nuova Via della Seta, è una brillante strategia di sviluppo economico e geopolitico adottata dal governo cinese che prevede lo sviluppo di infrastrutture in svariati paesi del mondo.

L’Italia – unico paese tra quelli del G7 – ha firmato un Memorandum di Intesa col governo cinese per aderire alla Belt and Road.

Perchè l’ha fatto?

L’Italia è tornata in recessione nel dicembre 2018 per la terza volta in un decennio e il governo attuale è alla disperata ricerca di qualche modo per rilanciare l’economia.

Se si parte da questo punto di vista, la Belt and Road Initiative promette all’Italia nuove opportunità di esportazione delle sue merci in Asia, in particolare in Cina, e di rafforzare la sua posizione negoziale in Europa. Offre inoltre grossi investimenti in infrastrutture che ne hanno disperatamente bisogno, come i porti e le autostrade.

L’Italia ha infatti bisogno di un partner strategico che possa investire nella sua economia per stimolare la crescita, le entrate fiscali, l’occupazione e lo sviluppo delle infrastrutture – soprattutto ora che varie avventate promesse elettorali devono essere mantenute.

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Cosa ci guadagna la Cina?

L’Italia è un paese particolarmente attraente per la Cina sia per la sua posizione geografica – al centro del Mar Mediterraneo e con porti commerciali meno sfruttati di quanto potrebbero essere – che per il suo ruolo politico, come membro delle principali organizzazioni occidentali e partner storico degli Stati Uniti.

Da un lato i porti italiani sono una via di accesso privilegiata ai mercati più prosperi dell’Europa occidentale: l’Italia è una piattaforma logistica geostrategica per lo scambio delle merci tra la Cina e l’Europa.

Dall’altra parte, il sostegno dell’Italia alla BRI crea una forte divisione nella UE, dando una credibilità molto maggiore alla Nuova Via della Seta. Altri stati membri dell’UE – Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Malta, Polonia e Portogallo – hanno firmato memorandum con la Cina, ma il peso politico ed economico dell’Italia è di tutt’altro calibro. Con la sua firma, una significativa porzione della UE ora guarda a sudest invece che a ovest.

Le preoccupazioni

L’adesione alla Belt and Road non è priva di ombre. Gli stati che hanno sottoscritto intese con la Cina in passato hanno poi assunto posizioni meno nette a proposito delle grandi controversie politiche che coinvolgono la Cina, come quelle riguardanti i diritti delle minoranze, il Mar Cinese Meridionale e Taiwan.

Ma l’adesione di un grande paese come l’Italia alla BRI indebolisce anche le richieste riguardanti questioni prettamente economiche come l’apertura completa dell’economia cinese, la svalutazione dello Yuan, le attività di spionaggio informatico, il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale e la discriminazione contro le società occidentali nei settori finanziario, logistico e delle telecomunicazioni cinesi.

Nel complesso, l’intesa sulla BRI rafforza l’influenza politica e militare della Cina in Eurasia, cosa che innervosisce particolarmente l’alleato americano, impegnato in una guerra commerciale – e in una lenta escalation militare – con la Cina.

Quindi all’Italia conviene?

Nel breve periodo sicuramente sì. Gli investimenti promessi sono importanti – ma non sono gratis, come già hanno scoperto altri paesi aderenti alla BRI, che si sono trovati a dover cedere con leasing secolari porti, centrali energetiche ed oleodotti alla Cina per ripagare i debiti.

Nel medio-lungo periodo sembra proprio di no. Come dicevano i Romani, Timeo danaos et dona ferentes – Temo i greci anche se portano doni.