Come ridurre lo stock di debito pubblico

Con maggiore intensità in prossimità di una manovra finanziaria, siamo tutti sensibili all’emergenza del nostro Debito Pubblico.

Nostro è fondamentale, perché di fatto il debito è la pesante eredità che ciascun italiano, anche quelli che nasceranno nei prossimi anni, ha ricevuto dai propri predecessori, i quali hanno preferito spendere più di quello che avrebbero potuto permettersi, vivendo oltre le proprie possibilità e scaricando, di fatto, sulle generazioni future le proprie responsabilità finanziarie.

L’Italia è costantemente sotto controllo da parte della Commissione Europea per il rispetto dei propri impegni, è frequentemente sotto gli attacchi speculativi degli investitori istituzionali che approfittano delle oscillazioni dello spread per lucrare sul nostro indebitamento, di conseguenza i governi politici che si susseguono hanno sempre minori margini di manovra nelle scelte di investimento e di allocazione della spesa pubblica, non potendo di fatto competere ad armi pari con i nostri vicini, in primis Spagna, Francia e Germania.

Ma qual è la situazione oggettiva dell’Italia nel panorama Europeo?

Siamo la terza potenza industriale d’Europa, dopo Germania e Francia, abbiamo un PIL quasi 10 volte maggiore della Grecia, eppure il nostro spread è molto più vicino a quello greco, invece che a quello spagnolo. Alle 15.00 del 13 giugno 2019, l’Italia segnava uno spread del 2,60%, la Grecia del 2,92%, la Spagna lo 0,78%, il Portogallo lo 0,88%, la Francia lo 0,35%.

Il rapporto Debito/Pil italiano è oltre il 130% (Fonte: Eustat – 69/2018 – 23, April 2018), ben superiore al 98% della Spagna e al 97% della Francia, ma inferiore al 178% della Grecia e molto simile al 126% del Portogallo.

E’ chiaro quanto ci sia poca fiducia e quanto si stia speculando sul nostro Paese eccessivamente indebitato.

Come possiamo uscire da questo circolo vizioso?

Le soluzioni sono due: crescere molto più degli ultimi dieci anni riducendo il rapporto Debito/PIL, grazie a due effetti positivi: la crescita del denominatore (produciamo e generiamo più ricchezza) e la contemporanea riduzione del numeratore, perché probabilmente, se produciamo di più, saremo anche in grado di risparmiare generando un surplus, e non un deficit, che andrà a ridurre il debito.

Quanto è probabile che questo avvenga? Direi che è come sognare ad occhi aperti. L’Italia è un Paese occidentale in un’economia tradizionale senza nessun vantaggio competitivo, né di carattere tecnologico né tanto meno geologico, non controlliamo nessuna delle materie prime che nei prossimi anni saranno intensivamente sfruttate.

Per questo, immaginare di crescere a dei tassi elevati, paragonabili a quelli dei paesi in via di sviluppo, è assolutamente improbabile, se non impossibile.

Dobbiamo perdere le nostre speranze, abbandonare il nostro Paese e sceglierne uno con più potenziale di crescita e con una qualità della vita attesa migliore di quella italiana?

Per molti questa è la strada più semplice e logica da seguire, questo è il consiglio che i giovani ricevono dai più grandi, ma per me non sarebbe la cosa giusta.

Chi ha provato a vivere in un paese diverso dall’Italia, dai più evoluti e occidentalizzati, a quelli più in via di sviluppo, dopo non molto inizia a sentire una nostalgia e a capire quanto il Bel Paese sia unico ed eccezionale, con tanti punti di forza che si sottovalutano, finché non si vive in un posto diverso dall’Italia.

Ma allora quale potrebbe essere la soluzione al Debito Pubblico italiano?

La risposta è semplice, dobbiamo ridurlo massivamente. In questo momento il nostro Debito Pubblico è a circa 2.316 miliardi di euro e per portare il rapporto Debito/Pil ad un livello simile a quello di Francia e Spagna (inferiore al 100%), dovremmo ridurlo di circa 600 miliardi di euro. Sul come farlo, vi consiglio di leggere un’intervista che recentemente l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha lasciato all’Avvenire.

I minibot non fanno parte della soluzione del problema.

L’Italia ha due grandi asset: la ricchezza privata delle famiglie italiane e il valore dei beni pubblici.

Nel 2017 (fonte Banca d’Italia) la ricchezza degli italiani è stata pari circa a 9.800 miliardi di euro, così suddivisi:

  • 4.400 miliardi tra depositi, titoli, obbligazioni, fondi comuni, assicurativi e pensione; di questi meno di 122 miliardi sono titoli pubblici (un terzo rispetto al 1997).
  • 5.300 miliardi sono invece le abitazioni ed i terreni che ciascun italiano possiede.
  • circa 1.000 miliardi di altri beni e circa 900 miliardi di passività.

Nell’esercizio finanziario 2017 del bilancio pubblico italiano (fonte: Ragioneria Generale dello Stato) risultano circa 474 miliardi di abitazioni civili ad uso abitativo, 22 miliardi di abitazioni rurali e 452 miliardi di fabbricati, per un totale di circa 950 miliardi di euro.

Abbiamo 56 miliardi di fabbricati ad uso commerciale e circa 10 miliardi di fabbricati rurali. Ci sono, inoltre, 21.784 miliardi di beni immobili artistici e 216 miliardi beni immobili di carattere archeologico. Non consideriamo i circa 32.500 miliardi di euro di immobili ad uso istituzionale.

Una soluzione potrebbe essere dismettere parte del patrimonio immobiliare per generare quei 600 miliardi di surplus che andrebbero a ridurre lo stock di debito.

Ma perché semplicemente svendere parte del nostro patrimonio a soggetti privati, magari neanche italiani, che potrebbero godere per sempre della bellezza del nostro Paese, a discapito del resto della popolazione che mai potrebbe permettersi di acquistare un immobile di pregio al centro di una grande città artistica italiana?

La soluzione potrebbe essere la valorizzazione di una parte degli immobili pubblici inutilizzati o male utilizzati, tramite la creazione di fondi immobiliari regionali (magari quotati), al quale lo Stato italiano cederebbe una parte degli immobili pubblici che si trovano in ciascuna regione.

Il controvalore di ciascun fondo regionale, potrebbe essere di circa 50 miliardi di euro.

Il gestore del fondo a quel punto, a seconda dei casi, potrebbe riqualificarlo e metterlo a reddito, qualora già non lo sia, ed emettere quote del fondo da collocare agli investitori.

Gli investitori potrebbero essere gli stessi cittadini italiani, che come abbiamo visto detengono molta disponibilità finanziaria, magari ottenendo anche un incentivo fiscale in questa tipologia di investimento che andrebbe immediatamente a valorizzare gli immobili pubblici, spesso inaccessibili ed in stato di degrado, contribuendo significativamente alla riduzione del debito pubblico.

Il rischio di questo investimento sarebbe paragonabile a quello di un BTP o di un BOT, con in più una garanzia immobiliare diretta.

Quale sarebbero i benefici?

Lo Stato ridurrebbe lo stock di debito con una partecipazione attiva degli italiani alla valorizzazione dei beni pubblici.

Si eviterebbe di dismettere gli immobili, si avrebbe un’immediata riduzione dello Spread e di conseguenza degli interessi che ogni anno paghiamo agli investitori che detengono il nostro debito.

L’anno scorso abbiamo pagato oltre 70 miliardi di euro di interessi, praticamente due consistenti manovre finanziarie.

Gli investitori avrebbero accesso ad uno strumento finanziario ben garantito con un buon rendimento e per gli italiani anche un incentivo fiscale.

Tutti gli italiani beneficeranno della riduzione dello stock di debito senza perdere alcun bene pubblico, di uno Stato più autorevole in Europa, di un governo più in grado di investire nel proprio Paese a beneficio di una sostenibile qualità della vita dei propri cittadini che a quel punto potrebbero ricevere migliori servizi: sanità, istruzione, trasporti, previdenza, welfare.

Cosa ne pensate?

Luca Zabaione
Innovation presso Intesa SanPaolo