Ci sarà una guerra tra Iran e USA?

L’ordine esecutivo col quale Trump ha fatto uccidere Soleimani, il potente Generale Iraniano a capo delle Forze Quds, i corpi speciali dei Pasdaran, è senza precedenti.

L’attacco, che potrebbe essere classificato come atto di guerra in base alle convenzioni internazionali (è come se l’Iran avesse ucciso un ministro americano) non è infatti stato condiviso col Congresso, e avrà gravi conseguenze sia politiche che sui mercati internazionali.

Le origini della crisi

Che i rapporti tra Iran e USA siano ai minimi storici non è un mistero per nessuno. Da quando Trump ha unilateralmente cancellato l’accordo sul nucleare l’Iran è tornato infatti a sostenere una politica ostile agli USA per assumere il controllo del Medio Oriente.

E l’Iran sta vincendo, anche grazie alla brillante seppur spregiudicata strategia di Soleimani, che ha coltivato l’alleanza con Hezbollah in Libano, Siria e Gaza, l’amicizia di Assad e la neutralità di Putin in Siria. Ha inoltre armato le milizie sciite in Iraq, i ribelli Houti in Yemen, spina nel fianco dei Sauditi, e le milizie islamiche in Libia, il nuovo fronte delle scontro tra sciiti e sunniti.

Il tutto mentre gli americani, per colpa dell’ondivaga presidenza Trump, non sono riusciti a tenersi un solo alleato e hanno perso gran parte della loro influenza nella regione, a partire dall’Iraq.

La reazione degli Stati Uniti alla crescente ostilità alla loro presenza in Iraq, culminata nell’attacco all’ambasciata USA di Baghdad, non è stata proporzionale.

Come quando l’Iran nazionalizzò la sua industria petrolifera nel 1953 e gli Stati Uniti orchestrarono il colpo di stato contro il democraticamente eletto Mohammad Mosaddegh (imponendo il ritorno dello Scià) così questa volta sono ricorsi alla violenza attaccando l’architetto delle proteste organizzate.

Le reazioni iraniane

I funerali di Soleimani

Il Generale Soleimani non era il capo di un’organizzazione terroristica o un criminale comune. Era a tutti gli effetti il numero due del governo Iraniano, un eroe nazionale celebrato spesso in TV, un amico personale del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, spesso indicato come prossimo Presidente.

Come tale era molto ammirato dalle fasce più estremiste della popolazione, e odiato da coloro che negli scorsi mesi hanno manifestato per una maggiore libertà in Iran.

La sua morte è stata vista come un’aggressione americana, un’escalation verso la guerra che necessariamente avrà delle conseguenze.

Khamenei ha dichiarato che “una grave vendetta attende i criminali” dietro l’attacco. La sua morte raddoppierebbe la “resistenza” contro gli Stati Uniti e Israele, ha aggiunto.

Ha anche annunciato tre giorni di lutto nazionale. L’Ayatollah ha guidato le preghiere durante una cerimonia funebre per il generale domenica, secondo i media iraniani, a fianco della famiglia di Soleimani.

Sull’attacco di venerdì a nord di Baghdad, l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, in una lettera al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di sicurezza, ha detto: “L ‘assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale descritto una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa”.

Gli alleati europei e Israele si sono per ora astenuti dal commentare la vicenda, spiazzati dalla decisione unilaterale degli USA e preoccupati per gli impatti sulla loro sicurezza nazionale.

L’impatto sui mercati

L’attacco USA ha fermato la corsa delle borse americane, provocato la crescita del prezzo del petrolio e un apprezzamento dell’oro.

Sia il Nasdaq che la borsa di New York hanno interrotto una crescita che proseguiva ormai dall’estate.

Il petrolio è tornato verso quota 65 dollari al barile, come dopo gli scontri nello stretto di Ormuz nell’estate del 2019. La previsione è che sfondi quota 70, salvo interventi massicci lato offerta da parte dei Sauditi (ai quali però un pò di liquidità in più fa solo bene, per sostenere i mille progetti Vision 2030). Lo scoppio di una guerra sul campo, per quanto improbabile, porterebbe invece il prezzo oltre i 100 dollari al barile.

A voler vedere il lato positivo, un piccolo shock petrolifero potrebbe spingere le nazioni occidentali e la Cina a diversificare maggiormente le fonti di energia, anticipando i trend.

Anche il valore dell’oro è cresciuto, così come quello dei Bitcoin, visti entrambi come beni rifugio in momenti di crisi.

Ci sarà una guerra aperta?

Le probabilità di una guerra aperta sono remote, perchè l’Iran sa che avrebbe poche possibilità in un conflitto aperto. L’alta tecnologia americana avrebbe buon gioco sui mari e nei cieli degli obsoleti armamenti iraniani. Ora si attende la risposta dell’Iran, che probabilmente sarà asimmetrica, potendo contare su droni, gruppi paramilitari e alleati islamisti nel mondo.

Ovviamente ci sono anche ONU e diplomazia, ma arrivare a sperare in una risposta sensata da parte di una teocrazia è la prima assurdità di questo nuovo decennio.