La Brexit, le startup e l’Italia

La decisione dei cittadini inglesi di lasciare la UE avrà molte conseguenze negli anni a venire: cosa comporterà per le startup?
brexitIl Regno Unito è oggi la sede dei principali fondi di Venture Capital interessati all’Europa: il 50% del capitale di rischio per le startup arriva da Londra.

Solo a causa del crollo della sterlina, gli analisti già predicono una diminuzione di investimenti nei paesi dell’area Euro di circa il 20% nei prossimi due anni.

Questa riduzione della liquidità andrà a sovrapporsi a un clima turbolento dominato dalle incertezze relative a permessi di lavoro, leggi sulla proprietà delle azioni, capacità di scalare attraverso confini normativi (più che geografici) improvvisamente più complessi.

E alla sensazione, citata da molti startupper, spesso stranieri, di sentirsi improvvisamente rifiutati.

Molte previsioni scommettono sulla migrazione delle startup verso piazze più attraenti: ma nessuna città italiana viene mai citata.

Berlino offre un ambiente internazionale e affitti sostenibili, Parigi uno sforzo nazionale a supporto delle startup (e un Ministro del Digitale), Tallin leggi avanzatissime sulla creazione delle società, l’est (Polonia, Bulgaria, Macedonia) un rapporto costo della vita-qualità del lavoro molto alto.
L’Italia molte incertezze sui contratti di lavoro, una certa litigiosità sociale, incertezza politica (anche in merito a una suo permanenza di lungo periodo nell’Euro e nella UE, grazie ad alcuni politici) e un regime fiscale ingrato.

Molte startup basate in UK stanno pensando effettivamente di spostarsi – dovessero peggiorare le cose in maniera significativa – ma non aspettiamoci che questo possa portare vantaggi all’Italia se prima non cambieranno tante leggi e norme.